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Ripensare le politiche attive del lavoro come strategia post disoccupazione da Covid 19



Le politiche attive del lavoro intese come strumento di inserimento nel mercato del lavoro, fanno riferimento  alla psicologia dell’orientamento. 

Da tempo però le  politiche attive del lavoro,  stanno sotto la lente dell'ingrandimento, a causa della loro scarsa efficienza ed efficacia, questo è testimoniato sia dall'aumento della disoccupazione che dai casi Regionali di mal funzionamento. 
I numeri  parlano chiaro, disoccupati in aumento e scarse offerte di lavoro sul mercato. Se a questo aggiungiamo la situazione attuale di post -covid che stiamo attraversando i numeri aumentano.

Quindi cosa fare? Come agire?

La soluzione è solamente una: rivedere le politiche attive del lavoro.

Vediamo un esempio.

Poniamo il caso che un’azienda Estera voglia investire in Italia, alla ricerca di profili altamente specializzati con competenze in ambito Informatico e Linguistico. Quanta probabilità ha di trovare sul mercato Italiano tali profili?.
Purtroppo le percentuali sono basse, questo perché si continua a formare le persone su contenuti, competenze e capacità che andavano bene fino ad un ventennio fa.
Oggi, in era Digital (anche in conseguenza del lockdown), sono necessarie competenze in ambito informatico, al di la del ruolo che si ricopre in azienda.

Per cambiare rotta si deve pertanto rivedere il ruolo svolto dai principali enti istituzionali coinvolti, tra cui i centri per l’impiego ed Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro).

Reddito di cittadinanza e reddito di inclusione sono le leve su cui ad oggi il nostro governo sta compiendo interventi affinché si riduca la povertà; da un lato questo riesce a soddisfare i bisogni di prima necessità, ma dall'altra parte conduce ad una povertà sia di conoscenze che di competenze degli individui.


 

Situazione attuale, disoccupati e neet contro un mercato del lavoro VUCA.

Il mercato del lavoro attuale si può definire in un unica parola: VUCA, che sta per complessità, incertezza, volatilità ed ambiguità.


Non appena termina il percorso di formazione liceale, due sono gli scenari che un ragazzo si trova davanti: formazione universitaria all’interno di un percorso poco chiaro oppure imposto da amici o familiari, o la ricerca di un lavoro qualsiasi.

Entrambi i percorsi presentano dei rischi, il primo perché si rischia di apprendere competenze che non sono utili al mercato, oppure la “ scarsa passione” nel proseguo durante il nostro mestiere. Se a questo aggiungiamo la situazione territoriale delle imprese, sopratutto al sud ecco che ci imbattiamo in soggetti Neet, i quali sono poco fiduciosi nella ricerca di occupazione, non impegnandosi in strategie di ricerca attiva.

Le università, presentano maggiori laureati in alcuni indirizzi: psicologia, giurisprudenza, lettere e pochi invece nei percorsi scientifici informatici, questo è il primo trend da invertire


Non tutti i ragazzi mostrano un atteggiamento restio, alla ricerca di impiego, troviamo anche persone che si mostrano attive e che posseggono, appena terminato il percorso di studi, competenze solide nel proprio settore, ma scarse in altri e si cimentano nell'invio di CV massivi, tanto “sanno fare tutto”. Affrontare un colloquio, piuttosto che l’invio di un curriculum, sono tutte azioni che i ragazzi imparano sulla propria pelle, mancando il sostegno sia dei centri per l’impiego che degli enti preposti alla formazione.


Se ci spostiamo nel mercato europeo, la situazione dell’orientamento al mercato del lavoro è nettamente migliore a quella Italiana


Scenario Europeo, il caso tedesco


In Germania negli ultimi anni si è ridotta la disoccupazione ed è arrivata molta Manodopera dall'Italia.


Il sistema di politiche attive del lavoro è diverso dal nostro Paese.: gli enti privati, prendono in carico l’individuo, creando una profilazione per essere spesa nel mercato del lavoro, in seguito sia le agenzie di collocamento che servizi pubblici erogano dei Voucher per il ricollocamento e la formazione, da spendere presso enti convenzionati. Tali enti si impegnano a formare l’individuo su competenze richieste da una determinata realtà, in cerca di personale.

Ma può presentarsi anche il caso opposto, ossia il training continuo e nel frattempo si invia la profilazione a tutte le aziende, in modo da ridurre i tempi di inattività.


Le agenzie di collocamento in questo modo incentivano i ragazzi ad acquisire ulteriori titoli di studio, maggiore attenzione viene rivolta ai disoccupati di lunga durata, dove nel caso di età superiore a 50, si cerca di facilitare il percorso di apprendimento, trattandosi di una fascia a rischio.

Mediamente sono pubblicati circa 500.000 corsi di formazione, di cui più della metà sovvenzionati tramite il voucher di formazione su portali dedicati, questo perché i soldi sono ben gestiti a differenza che nel nostro Paese.


Ancora troviamo il portale dove trovare offerte di lavoro in apprendistato, sempre fornito da pubbliche agenzie..

Gli incentivi invece per la stabilizzazione sono forniti maggiormente alle fasce più deboli. 

Le aziende inoltre che sono in calo di fatturato, riducono l’orario dimezzando la paga, ma non vi sono svantaggi, poiché la restante parte viene garantita dallo Stato.


In Italia lo sforzo da compiere è altissimo, non si deve continuare sulla falsa riga di quello che è stato fatto nell'ultimo ventennio.


Ripensare la formazione e le politiche attive del lavoro come strategia post disoccupazione da Covid 19


La situazione che presenta il mercato Europeo ci deve far riflettere: più interventi mirati.


Bisogna partire dalla formazione, inserendo nei corsi di laurea più competenze richieste dal mercato e far si che il mondo universitario conosca il mondo imprenditoriale.


Sembra scontato ma formare la persona sulla composizione del mercato ed sul continuo mutamento è fondamentale, affinché ci si abitui a concetti quali formazione continua e flessibilità . La formazione non è tutto, se i contenuti rendono appetibili i CV, dall'altra parte manca l’esperienza sul campo, quindi sia nel caso di percorsi formativi post laurea o diploma che percorsi accademici, è fondamentale il tirocinio.


Risulta assente invece una banca dati, dove i centri per l’impiego riescano a vedere i profili per cui quell'azienda potrebbe avviare una ricerca.


Quali sono le competenze maggiormente assenti in Italia? Il digital e le lingue straniere.

Concludo con una bella notizia, i fondi europei destinati alle politiche attive sono aumentanti, pertanto pro attiviamoci per avviare la rivoluzione digital utile alla riduzione della disoccupazione.


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